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Luoghi da visitare Antonio Muraro



1. Il Castello Inferiore

Marostica divenne "scaligera" in seguito alla conquista di Vicenza da parte di Cangrande della Scala nel 1311. Il dominio scaligero attraversa quasi tutto il Trecento e termina nel 1387. Avamposto di confine degli Scaligeri in lotta contro i Padovani, Marostica fu coinvolta nella guerra padovano-scaligera del 1312-1314, nel corso della quale il borgo di Marostica, sorto e sviluppatosi ad est dell’attuale città murata, attorno alla pieve di Santa Maria, venne assaltato e saccheggiato dai Padovani (ma il forte castello sul Pauso resistette). Successivamente, nel 1338, Marostica, anche se per qualche mese, cadde sotto il dominio di Sicco da Caldonazzo, ma poi ritornò in salde mani scaligere. Questi eventi spinsero di certo gli Scaligeri a pensare in termini nuovi le fortificazioni cittadine e nel corso del Trecento la incastellarono, dando corso all’edificazione della città murata, con i due Castelli, quello Inferiore e quello Superiore. Il Castello Inferiore si presenta nella sua voluminosa struttura come un recinto merlato quadrangolare con un alto mastio. In gran parte è stato costruito utilizzando pietra locale arenaria e calcarea, con scarso uso di mattoni in cotto (materiale assai costoso). Due i ponti levatoi, sul fossato, a nord e a sud delle rispettive facciate. Sopra l’ingresso a sud vi era una bertesca, di recente ricostruzione. Di particolare interesse sono i due loggiati interni, quello a pian terreno sostenuto da robusti pilastri in cotto, e quello superiore. Nello specifico, il Castello Inferiore si trasformò sempre più da Rocca a palazzo pubblico, quello del podestà o rettore che ivi risiedeva in età veneziana, amministrando la giustizia civile e sovrintendendo al buon governo della comunità. Nel Castello Inferiore si riuniva il Consiglio dei Trenta, il consiglio comunale dell’ età veneziana. Ospitò inoltre le carceri dall’epoca veneziana fino ai primi decenni del Novecento.

2. Piazza Castello

Grande spazio aperto delimitato a sud dal Castello Inferiore, a nord dal palazzo del Doglione e ai lati da palazzi e lunghi portici. L’insieme costituisce una splendida cornice per la famosa Partita a Scacchi a personaggi viventi che si svolge la seconda settimana di settembre degli anni pari. Da semplice spiazzo sterrato, con il "listone quadrato civilmente di pietre" in età veneziana (1404-1797), ora si offre come grande spazio leggermente sopraelevato in pietra con al centro la grande scacchiera, a sud della quale è possibile ammirare lo stemma scaligero pavimentato a marmi intarsiati. Cuore pulsante della vita socio-economica cittadina, animata dal mercato del martedì, conserva testimonianze che simbolicamente rimandano alla venezianità di Marostica (1404-1797): a nord-est la colonna a memoria della fedeltà dei Marosticani a Venezia durante la guerra della Lega di Cambrai (1508-1510), sulla cui sommità campeggia il leone marciano. A ovest un’altra colonna con un pennone che in passato ha sorretto il vessillo della Serenissima e sul quale ora sventola il tricolore italiano. Due leoni in bassorilievo, uno incastonato nella facciata nord del Castello Inferiore ed uno sulla facciata del Doglione, guardano la piazza. È stata demolita, invece, la quattrocentesca fontana, un tempo sita nella parte settentrionale della Piazza. Degno di interesse il pozzo in pietra bianca.

3. Palazzo del Doglione

Noto in età veneziana come Cancelleria o Rocca di Mezzo, questo grande palazzo è conosciuto come Palazzo della Loggia o Doglione dal XIX sec. Ora è il risultato di una ricostruzione avvenuta nel 1928-1930 in seguito alla demolizione dell’originaria struttura. Ha forma rettangolare con addossata una torre merlata, arricchita da una loggetta campanaria e impreziosita da una singolare meridiana di pregevole fattura. Sotto il governo veneto (1404-1797) ospitò al suo interno uffici e istituzioni di grande rilevanza per la vita della comunità: la Cancelleria comunale e notarile, l’archivio del Collegio dei notai (in età veneziana rogarono a Marostica ben 159 notai), l’Armeria e, dal 1676, il Monte di Pietà. Nella seconda metà dell’Ottocento il Doglione divenne la sede del Comizio Agrario, dei Civici Pompieri e, dal gennaio 1893, iniziarono ad operare gli uffici della Banca Popolare di Marostica, fondata il 2 ottobre 1892. Attualmente nei due piani sopra il loggiato con grandi archi a tutto sesto vi è la sede amministrativa e direzionale della Banca Popolare di Marostica. Nella grande sala riunioni, al primo piano del Doglione, è possibile ammirare Il Buon Governo, una grande opera in pannelli di ceramica maiolicata dell’artista Gigi Carron.

4. Chiesa di S. Antonio Abate

Si hanno notizie di questa chiesa dal 1383 ed è quindi un edificio religioso risalente all’età del dominio scaligero (1311-1387). L’edificazione è avvenuta su un sito ove, forse, sorgeva un ospizio per pellegrini.
Alle origini la chiesa presentava una struttura modesta e dal 1440 le fonti documentarie attestano l’esistenza di un piccolo convento di frati francescani, adiacente la chiesa stessa. I frati vi rimasero fino al 1656, quando il convento venne soppresso, perché troppo povero e privo di rendite. Nel Seicento la chiesa e il convento passarono sotto la direzione della Confraternita del Carmine. Nel 1730-1740 la chiesa venne ristrutturata ed ampliata, come attesta l’iscrizione sulla facciata, assumendo le dimensioni attuali. Successivamente e fino alla sua erezione in chiesa parrocchiale (1930) fu "chiesa succursale" dipendente dalla chiesa arcipretale di Santa Maria. Il campanile richiama nella sua struttura la forma di una torre, con cella campanaria dotata di bifore a sesto acuto e completata da una cuspide conica, di notevole interesse architettonico.

5. Interno Chiesa di S. Antonio Abate

Ad aula unica, conserva l'opera d'arte di maggior pregio della città di Marostica: la Predica di San Paolo all'Areopago di Atene, olio su tela di Jacopo Dal Ponte (1510 c.- 1592), detto il Bassano, e di suo figlio Francesco, eseguita nel 1574. Gli altari di cui la chiesa è ricca sono impreziositi da paliotti, i quali risalgono ai secoli XVII e XVIII. Il paliotto sul fronte della mensa dell’altare maggiore è ricco di decorazioni che fanno riferimento al santo cui l’altare è dedicato, è in pietra e scagliola incisa, testimoniando la presenza nel territorio di maestri artigiani di grande perizia e bravura. Gli affreschi con la Gloria di San Antonio Abate nei tre scomparti del soffitto della chiesa si devono a Giuseppe Graziani (1699- dopo 1760). Il frate Felice Cignaroli (1727-1796) è l’autore della pala d’altare (1768) che raffigura la Deposizione di Cristo con santi. Testimonianza della presenza francescana è invece il dipinto di Luca Martinelli del 1617 che raffigura la Santissima Trinità, i Santi Ludovico da Tolosa, Bonaventura, Francesco e il Papa Pio V.

6. Chiostro

È quanto di originale si può ancora vedere dell’antico Convento. Struttura semplice, che si sviluppa su due lati, è un chiostro con portico, con un piccolo giardino interno, un modesto brolo e pochi vani di modeste dimensioni che ben testimoniano la semplicità e la parsimonia della vita francescana. Sotto il portico del chiostro sono conservate alcune opere scultoree quali San Rocco e San Sebastiano, risalenti al XV sec., San Bernardino da Siena e San Giuseppe, San Pietro e San Paolo, sculture che un tempo si trovavano nel presbiterio della chiesa di S. Antonio Abate. Di notevole interesse storico la lapide sepolcrale con l’iscrizione che ricorda la sepoltura di Cornelio Bianchi e di sua moglie Elisabetta. La lapide proviene dalla chiesetta di San Benedetto, ora non più esistente, che fu edificata intorno alla metà del XVI sec., sulle omonime colline, che portano a Bassano, proprio da Cornelio Bianchi, un facoltoso medico veneziano.

7. Scoletta del Santissimo Sacramento

Risale al 1486 ed è stata edificata dalla Confraternita del Santissimo Sacramento. Edificio semplice e ad aula unica è un tipico oratorio, ora utilizzato per mostre ed esposizioni. Nella facciata Jacopo Dal Ponte, detto il Bassano (1510 c. – 1592) nel 1535 aveva affrescato il Miracolo dell’Asina di Sant’Antonio da Padova. Quale testimonianza di quel grande affresco, ci rimane la lunetta soprastante il portale d’ingresso ove è raffigurato Il Cristo tra due angioletti. Sull’altare un tempo vi stava una tavola dipinta da Bartolomeo Montagna, raffigurante la Vergine Maria con ai lati S. Giovanni Battista e S. Antonio Abate, ora sostituita con una statua lignea della Madonna di pregevole fattura.

8. Scalinata Carmini

Conduce alla Chiesa dei Carmini. È la scalinata della "nostra "rustica" Trinità dei monti…È cominciata in quell’anno 1619 la conversazione fra le tre facciate: di S. Antonio (1383 che ha mutato volto nel 1730) della Scoletta (1486) e dei Carmini (1619): creazione di tre secoli e di un’unica fede per un ambiente di pace e di bellezza che continua fra il verde dei broli uscente dai muri delle silenziose vie Bordalocco e Rialto" ( Mario Consolaro). È stata realizzata nel XVII secolo per ottenere, in relazione alla Chiesa dei Carmini, un efficace effetto scenografico per chi entra da Porta Vicenza.

9. Chiesa della Madonna del Carmine o dei Carmini

Edificata per volere della comunità tra l’agosto 1618 e l’agosto 1619, in seguito, sembra, alle esortazioni del padre Giuseppe Da Faenza, venuto a predicare a Marostica nel 1617. La costruzione fu resa possibile grazie alle offerte dei fedeli e alle donazioni di alcuni zelanti e operosi cittadini di Marostica. E’ ubicata nella zona che i Marosticani chiamano "Le strade alte", espressione con la quale si intende evidenziare una posizione elevata rispetto alla Piazza che costituisce il cuore della città. Presenta una facciata in stile barocco. È ad aula unica a forma quadrata e gli affreschi del soffitto si devono a Giuseppe Graziani (1699-dopo 1760). Notevole interesse artistico rivestono i due paliotti in legno intagliato e scagliola (seconda metà del XVII secolo) dei due altari di destra e sinistra. Il campanile ha pianta quadrata e termina con una cella campanaria con quattro monofore ai lati e cuspide ottagonale.

10. Colle del Pauso

Colle di grande interesse archeologico per rinvenimenti di reperti di età romana, tra i quali spicca un disco votivo databile tra il I sec. a. C. e il I sec. d. C. Fu dunque, con ogni probabilità, anche un luogo di culto. La posizione del Pauso, tra pianura e fascia collinare, è da mettere in relazione con la via di transito e transumanza verso i pascoli delle montagne dell’Altipiano dei Sette Comuni e quindi, fin da un lontano passato, è stato un sito di sicura frequentazione umana. Intorno al Mille, sulla sua sommità, il colle era già sede di un elementare apparato difensivo, di un fortilizio la cui consistenza crebbe nei due secoli successivi assumendo la configurazione di una possente e robusta struttura fortificata, un vero e proprio castrum con una torre gironata, un mastio (dojon). In altri termini il Pauso ospitò il primo Castello di Marostica (prima della nascita della città murata scaligera nel XIII sec.), svolgendo un ruolo di notevole importanza strategica e politica nel corso delle lotte tra Vicenza e gli Ezzelini (dalla fine del XII sec. alla morte di Ezzelino III da Romano avvenuta nel 1259). Un documento del 1262 ci conferma che il complesso fortificato sul Pauso consisteva in una struttura tutta murata con un palazzo e una torre gironata. Altre tre torri, secondo questo documento, dominavano i colli di Marostica: una, sempre sul Pauso, una sul Pausolino e la terza sul monte Agù. La struttura fortificata sul Pauso, ora non più esistente, proteggeva la pieve di S. Maria (ai suoi piedi) e gli abitanti del borgo sottostante, la più “antica” Marostica, dunque. All’indomani dell’insediamento del dominio scaligero a Marostica (1311), si scatenò la prima guerra prima guerra padovano-scaligera del 1312-1314, che tanta devastazione comportò al borgo sottostante, anche se il castello sul Pauso resistette agli attacchi dei padovani.

11. Sentiero dei Carmini

Si inerpica nel cuore verde, tra cespugli e alberi, del colle Pausolino e, partendo dalle immediate adiacenze della chiesa dei Carmini, conduce al Castello Superiore. Il lavoro di recupero, sistemazione (pietra dopo pietra) di questo sentiero si deve alla Compagnia delle Mura di Marostica. E’ stata un’attività intensa e assidua lunga diversi anni fino alla sua inaugurazione ufficiale il 28 maggio 1989. La Compagnia delle Mura di Marostica ha iniziato la sua attività alla fine del 1978 e si è costituita ufficialmente in associazione il 14 gennaio 1983. Opera attivamente per la sistemazione, pulizia, tutela e valorizzazione del patrimonio architettonico delle mura e dei castelli scaligeri di Marostica, oltre a svolgere altri importanti servizi di civica utilità per la città murata.

12. Castello Superiore

Innalzato sulla sommità del colle Pausolino, dialoga con il Castello Inferiore e domina la città murata. Edificato su una precedente torre, di cui si ha notizia in documenti duecenteschi, risale con ogni probabilità
alla signoria di Cangrande II (1352-1359), grande costruttore di opere difensive scaligere. Questo manufatto alle origini aveva una struttura poderosa, ora in gran parte diroccata, con quattro torri angolari ed un alto mastio, del quale ci rimangono alcuni lacerti murari, così come per buona parte del recinto sul lato sud. Lo stemma lapideo con la raffigurazione della “scala”, incastonato sulla facciata del rivellino della porta d’ingresso al castello vero e proprio prospiciente la pianura, testimonia nei secoli la paternità scaligera della fortezza. Grazie al restauro intervenuto negli anni 1934-36 il Castello ha recuperato la bertesca, sovrastante il rivellino d’ingresso, sulla facciata che guarda la Piazza.

13. Arpalice Cuman Pertile (1876 – 1958)

La scrittrice e poetessa dalla feconda vena creativa, Arpalice Cuman Pertile nacque a Marostica il 12 Maggio 1876. Nel 1889 vinse un concorso per una borsa di studio al "Convitto Verona" (Verona) dove frequentò gli studi magistrali conseguendo il diploma nel 1894. Continuò gli studi al Magistero Superiore di Firenze sotto la guida di valentissimi professori, quali Enrico Nencioni e Severino Ferrari (allievo del Carducci), e nel 1898, prima donna marosticense, prese la laurea. Iniziò subito l'insegnamento a Torino presso l'"Istituto per le figlie dei militari" e, dall'anno successivo, a Vicenza con la cattedra di lettere nella "Scuola Normale". Nel 1904 sposò Cristiano Pertile insegnante di lettere al Liceo Pigafetta di Vicenza che la introdusse nell'ambiente culturale della città reso vivo in quegli anni da personaggi del calibro di Giacomo Zanella, Antonio Fogazzaro, Paolo Lioy, e Fedele Lampertico.
Arpalice Cuman Pertile fu stimata conferenziere applaudita nelle scuole e nelle università popolari, e scrittrice di letteratura per l'infanzia. Molti dei suoi volumi furono adottati dalla Scuola; tra quelli più conosciuti si ricordano: Fuori dal guscio", Godi e impara, Primi voli, Per le vie del mondo. Fu autrice anche i libri di poesia, di teatro e di narrativa tra cui Per i bimbi d'Italia, Ninetta e Tintirintin, La Divina Commedia narrata ai piccoli d'Italia, La commedia di Pinocchio. Il suo insegnamento fu sempre ispirato ai nobili ideali di libertà, di giustizia, di pace e di fratellanza umana. Fedele ai suoi principi etici, allo scoppio della "grande guerra" si schierò insieme con il marito tra i non interventisti. Prima conseguenza fu il confino, dapprima a Novara e poi a Genova. Il rientro nella Città berica avvenne solo nel 1919 dove riprese l'insegnamento, così come il marito. Ma per poco. La riforma della pubblica amministrazione, voluta da Mussolini, le tolse l'insegnamento, e nel 1929 furono ritirati tutti i suoi libri dalle scuole dopo l'introduzione del testo di Stato. Invisa al Regime fascista si dedicò alla scrittura e all'insegnamento privato. Morì a Marostica, nella sua casa di Corso Mazzini, il 30 marzo 1958.
Il Comune di Marostica dedica ad Arpalice Cuman Pertile due eventi: il Premio Nazionale Arpalice Cuman Pertile (annuale) - Racconti, Poesia, Teatro per l’infanzia e la preadolescenza - istituito nel 1987 e Poesia In Canto (biennale). Quet’ultima, istiutita nel 2001, riprende un progetto al quale Arpalice teneva moltissimo: musicare le sue poesie per l’esecuzione corale. A tre compositori di chiara fama viene oggi affidato il compito di musicare alcune poesie segnalate e/o vincitrici nelle ultime edizioni del Premio Nazionale che sono poi eseguite in concerto da un coro di giovani voci. Le stesse poesie vengono interpretate dalle classi di design dell’Istituto Giuseppe De Fabris di Nove: fra tutte ne viene scelta una che viene riprodotta in vetro, simbolo della manifestazione.

14. Ex Chiesetta di S. Marco

Eretta dalla comunità di Marostica nel 1450 sul luogo dove vi era un edificio che conteneva al suo interno un mangano (una di macchina da guerra in grado di lanciare pietre e materiale incendiario durante gli assedi). È testimonianza della devozione della comunità alla Serenissima Repubblica di Venezia. La facciata della chiesa è lineare e su di essa si innalza un piccolo campanile a doppia edicola. L’interno, ad aula unica, abside a pianta quadrata e volta a crociera, presentava alle origini tre altari ed era arricchito da una tela, ora scomparsa, che raffigurava la Circoncisione del Signore attribuita da G. B. Verci a Jacopo Dal Ponte, detto il Bassano (1510c. – 1592). Durante l’età veneziana (1404-1797) il 25 aprile di ogni anno, giorno della festività di S. Marco, santo protettore dei notai, era la mèta di una processione solenne, alla quale partecipavano i notai, il popolo, il clero e lo stesso podestà. La cerimonia si concludeva poi con la Santa Messa nella Chiesa di S. Maria Assunta. La chiesa rovinò negli ultimi due secoli e cessò di essere un edificio di culto. Fu successivamente anche utilizzata come caserma/deposito materiali dei civici pompieri. Restaurata tra il 1988 ed il 1995, attualmente è adibita a sala polivalente comunale.

15. Mura e porte

L’edificazione della cerchia delle mura (circa 1700-1800 m) che cingono in un’unità armoniosa il colle Pausolino e la pianura sottostante ebbe inizio il 1° marzo 1372, durante l’età di Cansignorio della Scala (1359-1375). Le mura, tutte merlate e provviste di camminamenti di ronda, sono intervallate da 24 torresini, su tre dei quali sono state ricavate le tre robuste porte Vicentina, Bassanese e Breganzina che guardano rispettivamente a sud, a est e ad ovest e sono tutte provviste di un antemurale a camera. Un’altra porta, di Tramontana, è posta sull’ultimo tratto nord occidentale della cinta muraria, costituendo l’accesso al tratto di strada che conduce all’ingresso del Castello Superiore sul colle Pausolino. Un fossato e i ponti levatoi alle porte del Castello Inferiore potenziarono ulteriormente la struttura difensiva di Marostica, avamposto scaligero ai confini proprio con Bassano, che allora faceva parte dei Carraresi, signori di Padova. Da quanto ci tramanda Marin Sanudo, autore veneziano del Quattrocento, l’innalzamento delle mura comportò un lavoro di tre anni e venne ultimato nel 1375.

16. Bernardino Frescura

L’appassionato studioso Bernardino Frescura, nato a Marostica nel 1868 e morto a Padova l’11 agosto 1925, allievo, all’Università Patavina del grande Giovanni Marinelli, seguì il maestro anche a Firenze, dove completò la sua preparazione scientifica. Nel 1895 fu nominato docente di geografia nel Regio Istituto Tecnico di Genova e tre anni dopo ebbe l’incarico d’insegnare Geografia Economica alla Scuola Superiore di Commercio. Ottenne, nel 1901, la libera docenza nella Regia Università di Genova, cui si aggiunse più tardi l’insegnamento di Geografia alla Bocconi di Milano, articolando la sua poliedrica attività di ricercatore in vari campi.
In pochi anni, infatti, ha saputo spaziare con singolare disinvoltura dall'attività di geografo, studiando l’Altopiano dei Sette Comuni, il fiume Brenta, le tradizioni e i costumi popolari del territorio vicentino, visti attraverso i suoi occhi e la sua cultura, alla colonizzazione, ai problemi dei confini italiani dopo la prima guerra mondiale, fino alle grandi questioni migratorie, ponendo l'accento sull' impegno profuso a favore degli emigranti, anche con la pubblicazione di numerose guide dei territori maggiormente scelti come meta. Sappiamo, infatti come milioni di veneti abbiano lasciato in quegli anni la loro terra per sfuggire alla povertà, nella speranza di una vita migliore. Proprio a questi emigrati Frescura, protagonista poco noto al vasto pubblico, ma molto apprezzato da specialisti e studiosi, analizzando il fenomeno dei flussi migratori, ha dedicato una parte significativa del suo impegno civile e culturale. I problemi riguardanti l'emigrazione, lo portarono più volte in America Latina e negli Stati Uniti, con l'intento di verificare sul campo la loro condizione di vita, arrivando, poi, a realizzare una mostra "Gli italiani all'estero", allestita nell'ambito dell'Esposizione Internazionale di Milano.
In quanto esperto di confini orientali italiani, al termine della Prima Guerra Mondiale è convocato dal Governo italiano, per accompagnare la delegazione italiana, guidata dal primo ministro Vittorio Emanuele Orlando e dal ministro degli esteri Sidney Sonnino alla conferenza di pace di Versailles, il 18 gennaio 1919. Suo compito era quello di illustrare il diritto dell’Italia a quelle terre che erano state promesse nel patto di Londra del 26 aprile 1915. Un prestigioso incarico che egli svolse con passione ed energia pubblicando in seguito il saggio Le frontiere della nuova Italia ed il problema dell’Adriatico, in cui ribadiva la sua ferma convinzione che l’Italia avesse “un naturale diritto” di collocare sull’Adriatico le sue frontiere strategiche ed economiche.

17. Chiesa e convento di S. Rocco

È documentata fin dal 1410 l’esistenza in Borgo Panica di una cappella dedicata a S. Rocco, costruita e retta dalla fradaglia di S. Rocco. Successivamente, agli inizi del XVI secolo, si insediarono in questo luogo i padri domenicani. Edificarono l’insieme conventuale e ampliarono la cappella trasformandola in chiesa a tre navate. Costruirono il campanile, il quale fu oggetto di interventi successivi fino ad assumere l’attuale e singolare configurazione di campanile che si innalza dal tetto stesso della chiesa. Del complesso conventuale sono di notevole interesse i due chiostri. La chiesa è dotata al suo interno di ben sette altari e di notevole interesse artistico sono i paliotti d’altare in scagliola di Natale Bianchini (1653-1729) e gli altari di S. Domenico e dell’Angelo Custode (o Morte di S. Giuseppe) realizzati da Antonio Bianchi (sec. XVII). Il governo veneto nel 1770 soppresse il convento e i padri domenicani lasciarono Marostica. L’11 maggio 1771 venne trasferito da Borgo Giara nei locali del convento l’ospedale di Marostica.

18. Campo Marzio

Ampio spazio verde alberato a forma di triangolo a nord-est di Porta Bassano. Durante l’età veneziana divenne il luogo delle esercitazioni e delle rassegne delle “cernide”, le milizie territoriali locali della Serenissima. Fonti documentarie ci attestano che in passato si svolgeva una sorta di Palio, una gara di tiro a segno che attirava una gran moltitudine di persone. È sempre stato, ed è tuttora, punto di arrivo, di sosta e di partenza per la transumanza da e per l’altipiano dei Sette Comuni di Asiago. In occasione della Fiera di S. Simeone, l’ultima domenica di ottobre, ospita una importante rassegna di bestiame bovino.

19. Prospero Alpini (1553 – 1616)

Prospero Alpini nacque a Marostica il 23 novembre 1553, medico e botanico di grande valore. Alla città natale rimase sempre legato affettuosamente, onorandosi di fregiarsi dell’appellativo “marosticensis”. Laureatosi presso la Facoltà dei Filosofi e Medici dell’Università di Padova nel 1578, iniziò la propria attività professionale esercitando la medicina nella borgata di Camposampiero. Docente di Medicina presso l’Università di Padova , autore di saggi di medicina e di botanica, nel 1604 fu nominato Prefetto dell’Orto Botanico della medesima Università, dove ebbe un ruolo fondamentale soprattutto per quanto riguardava la diffusione e la coltivazione di molte specie esotiche: sotto la sua direzione l’Orto diventò un importante centro di studio e di ricerca. L’Alpini, infatti, fu in corrispondenza con molti studiosi italiani e stranieri, con i quali effettuò scambi di piante e di semi. Le sue ricerche in campo botanico erano sempre mirate alla conoscenza delle proprietà farmacologiche e quindi finalizzate a eventuali usi terapeutici. Attento osservatore di fenomeni naturali, egli fu un precursore dell’idea di una riproduzione sessuale nelle piante, con le sue osservazioni (1592) sulla fecondazione delle palme da dattero femminili da parte della "polvere" delle infiorescenze maschili. Il suo nome è tuttora ricordato dal genere Alpinia.
Prospero Alpini è ancora oggi noto a livello internazionale non solo per i suoi studi significativi per la storia della medicina e della botanica, ma anche per aver contribuito a far conoscere alla Repubblica di Venezia, e quindi all’Europa una bevanda speciale che ancora oggi allieta le nostre pause: il caffè. Tra il 1580 e il 1584, ebbe infatti l’occasione di accompagnare in Egitto il console veneziano Giorgio Emo. Fu questa un’occasione unica e speciale: l’Alpini potè classificare le specie botaniche dell’isola di Creta e dell’Egitto. Studiò con grande interesse e attenzione la medicina egiziana, dalla quale apprese numerosi insegnamenti utili per la sua professione e per la sue ricerche. Le osservazioni da lui compiute sono contenute in numerose opere, alcune postume, De medicina Aegyptiorum (1591), De plantis Aegypti (1592), De plantis exoticis (1629) e Rerum Aegyptiarum libri IV (1735). Nel De plantis Aegypti per la prima volta descrisse e delineò la pianta del caffè (Coffea arabica L.), sottolineando gli impieghi terapeutici della bevanda ottenuta dai semi tostati. Nelle pagine de La Medicina degli Egiziani descrisse la provenienza delle pianta del caffè, la preparazione del decotto e le patologie per le quali veniva usato. Tornato in Patria contribuì a diffondere l’uso della Coffea Arabica, e non è un caso se le prime botteghe di vendita di caffè in grani e della stesa bevanda furono aperte poprio a Venezia nei primi anni del 1600. L’esperienza del viaggio in Egitto è ricordata in un ex voto raffigurante la Madonna e Gesù Bambino, prezioso altorilievo in marmo attribuito all Scuola del Sandovino, che l’Alpini donò alla Chiesa Parrocchiale di S.Maria Assunta di Marostica, presso la quale tutt’oggi è conservato (navata sinista).
Morì a Padova il 16 novembre 1616. Nel suo testamento chiese di essere sepolto nella Basilica del Santo. Di lui si ha il ritratto giovanile eseguito del 1584 da Leandro Dal Ponte, figlio di Jacopo, oggi conservato presso la Staatsgalerie di Stoccarda.

20. Chiesa parrocchiale di S. Maria Assunta

È la più antica testimonianza di fede cristiana di Marostica. Chiesa battesimale del territorio, risalente con ogni probabilità al sec. VIII, divenne la pieve del primo nucleo insediativo di Marostica (il Borgo Giara) ai piedi del Pauso, luogo di antica frequentazione umana in età preromana e romana. Centro di irradiazione del messaggio evangelico, nel XIII secolo era chiesa archipresbiteriale, da cui dipendevano numerose chiese sparse nel territorio. Già ampliata intorno al 1450, fu oggetto di un radicale intervento di ricostruzione e ampliamento negli ultimi anni del Seicento (una iscrizione all’interno indica il punto esatto in cui arrivava la vecchia chiesa e l’inizio della parte di nuova edificazione) grazie all’intraprendente don Gaspare Ghirardelli. Venne consacrata nel 1701. Grazie a questo innovativo intervento assunse la configurazione attuale con facciata barocca. Di grande interesse artistico sono le tre porte con formelle bronzee, che risalgono al 1979-1985, che raccontano episodi biblici e della vita del Cristo, opera dell’artista marosticano Gigi Carron (1926-2006). Il campanile, innalzato nel 1711, fu arricchito da una pregevole meridiana ed un orologio, che risale al 1727, che si deve alla maestria del famoso Bartolomeo Ferracina.

21. Interno Chiesa parrocchiale di S. Maria Assunta

Le tre navate risalgono all’intervento di ricostruzione di fine Seicento. Al suo interno è dotata di ben otto altari. Quello maggiore, in stile barocco e della scuola di Orazio Marinali (sec. XVII), era un tempo impreziosito, secondo lo storico G. B. Verci, da un dipinto di Alessandro Maganza, ora sostituito da una copia dell’Assunta del Tiziano, opera del pittore Giuseppe Fortunato Centazzo (sec. XIX). Di notevole interesse, sempre nell’abside la tela di Andrea Celesti (1637- c. 1711) raffigurante il Sacrificio di Melchisedec. Di pregevole fattura risultano essere i paliotti degli altari dell’Addolorata e della Madonna di Lourdes. Nei tre scomparti del soffitto gli affreschi si devono a Bartolomeo Dusi (1833-1904), autore anche della Trasfigurazione sulla volta dell’abside. Di Pietro Menegatti ( 1809-1848) è la tela Cristo nell'orto e del frate Felice Cignaroli il Battesimo di Cristo. Un tempo all’esterno della chiesa (lato nord), ora invece collocato nella parete nord della navata laterale di sinistra, è il rilievo marmoreo raffigurante la Madonna con Gesù Bambino, della scuola del Sansovino, un ex-voto donato da Prospero Alpini (1553-1616), quale ringraziamento per il ritorno dal viaggio in Egitto.

22. Chiesa e monastero di S. Gottardo

Il complesso monastico di S. Gottardo risale al 1470. La chiesa e il monastero vennero retti per secoli dalle monache agostiniane fino alla soppressione dell’ordine in età napoleonica e precisamente nel 1810. Le attuali testimonianze del complesso monastico si riducono ad alcune vestigia: del monastero si notano alcune tracce che consistono in una modesta porzione di edificio (ora abitazione privata) e l’adiacente chiesetta (ora studio professionale).

23. Convento e chiesa dei Santi Fabiano e Sebastiano

Dalle pendici orientali del Pauso domina su Bocca di Valle il complesso, in rovina, della chiesa e del convento dei Santi Fabiano e Sebastiano. Questo sito ospitò un primo insediamento benedettino, documentato dal 1259. Successivamente la rifondazione religiosa del luogo si deve ai frati minori osservanti intorno al 1483-1486. La chiesa venne consacrata nel 1494. Il complesso alle origini era di modeste dimensioni. Successivamente venne ampliato: al 1640-1645 risalgono i due chiostri porticati con volta a crociera. Vennero ampliati il corpo a sud e la chiesa e fu sopraelevato il campanile. Nel corso del Settecento la chiesa, che era a due navate, venne ingrandita a nord con un’ulteriore cappella e raggiunse il numero di ben otto altari. Dopo la soppressione napoleonica del convento (1810), iniziò la progressiva rovina della chiesa (di essa ci rimangono alcune tracce dell’abside con fornice a sesto acuto), dei chiostri e del campanile, crollato, a causa di un fulmine, nel 1936. Rovinarono pure le numerose opere d’arte (tra le quali quelle di Jacopo dal Ponte (1510 c. – 1592), detto il Bassano, e di Felice Cignaroli) che un tempo impreziosivano il complesso conventuale: rimangono lacerti di affreschi nelle lunette sotto il portico dei due lati residui del chiostro, raffiguranti episodi biblici e della vita di S. Francesco.

24. Cinema Teatro Politeama

25. L’Opificio

L’ Opificio, costruito nel 1910 dalla ditta Pietro Chiurato, inserito nel patrimonio dell’Archeologia Industriale Vicentina, fu una delle trenta fabbriche di cappelli di paglia attive a Marostica, oggi unico edificio rimasto a testimoniare una fase importante della storia di Marostica.
La produzione di trecce di paglia per i cappellifici costituì alla fine del 1800 una delle più importanti attività economiche delle aree rurali dell’Alto Vicentino, estesa tra i comuni di Breganze, Marostica, Lusiana e Conco. In questo periodo la domanda di cappelli aumentò notevolmente, determinando un incremento della forza lavorativa in ogni fase della produzione: dalla semina del grano per avere i “fastughi” alla selezione per dimensioni, dall’intreccio alla tinteggiatura fino al confezionamento. Un’indagine del 1885 rivela che nell’Alto Vicentino erano impiegati nella lavorazione della paglia circa 15.000 persone.
Erano donne e ai bambini di condizioni molto modeste ad intrecciare la paglia. Le trecce, vendute a Marostica al mercato del martedì oppure direttamente ai compratori che andavano di casa in casa, erano cucite nelle fabbriche situate all’interno delle Mura, in Borgo Panica e Giara, nella frazione di Vallonara. A Marostica la produzione di cappelli diventò sinonimo stesso della Città, con una esportazione di oltre un milione di pezzi l’anno in tutta Europa e anche negli Stati Uniti.
Intorno al 1940 molte fabbriche chiusero per differenti ragioni: la Prima Guerra Mondiale, la crisi economica del 1929, la concorrenza dei prodotti cinesi e giapponesi, e il cambiare della moda. Si continuò a proddurre, ma in scala molto minore, fino al 1970.

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